• Giacomo Assandri

Ecologia e spunti per la gestione delle comunità di libellule delle torbiere alpine




Le torbiere sono ecosistemi che si trovano all’interfaccia fra terra e acqua e forniscono un importantissimo contributo alla biodiversità globale, ospitando specie uniche, che presentano adattamenti sorprendenti alle condizioni, talvolta estreme, di questi ambienti.

Come molti altri ambienti sulla Terra, le torbiere sono minacciate dalle attività umane, soprattutto al margine meridionale della loro distribuzione, dove si trovano a testimonianza di epoche passate più fredde.

Gli Odonati possono essere ottimi indicatori ecologici per comprendere gli effetti dell’attività antropica sugli ambienti acquatici, e quindi anche sulle torbiere, sebbene gli studi in questo senso siano ancora limitati.


Da oggi, è online il nostro ultimo contributo su questo tema, dove affrontiamo il tema dei fattori naturali e antropici che influenzano le comunità di libellule delle torbiere alpine. In questo lavoro abbiamo preso in esame 34 torbiere sulle Alpi Trentine, in una fascia altitudinale compresa fra i 509 e i 2066 m slm, studiandone le comunità odonatologiche tra il 2017 e il 2020, con il fine ultimo di suggerire buone pratiche gestionali per la conservazione di questi scrigni di biodiversità.

I siti di campionamento sono stati scelti per rappresentare tutto il gradiente ambientale che esiste nelle torbiere alpine, considerando sia torbiere basse (fen, nella terminologia anglosassone), sia torbiere alte (bog), che spesso rappresentano stadi successivi lungo una serie di vegetazione, che procede da comunità floristicamente più ricche e pH tendenzialmente alcalino, fino a comunità vegetali più povere e pH fortemente acido.


I risultati del lavoro hanno mostrato come le comunità delle torbiere alcaline differiscano significativamente da quelle delle torbiere acide. Le prime sono generalmente più ricche di specie, ma sono povere o prive delle specie cosiddette tirfofile/tirfobionte, specializzate a vivere in ambienti acidi colonizzati da sfagni, i muschi di torbiera (nell’area di studio: Aeshna subarctica, Aeshna caerulea, Leucorrhinia dubia, Coenagrion hastulatum, Somatochlora arctica e S. alpestris). Le torbiere basse caratterizzano inoltre biotopi di bassa quota che sono maggiormente degradati, dove tentavi di drenaggio e abbandono dello sfalcio tradizionale dello strame, hanno comportato una degenerazione importante delle comunità vegetali, con scomparsa di giunchi e carici, e colonizzazione della molinia, della canna di palude e di specie arboree, che determinano un rapido interramento di questi ambienti. Tali trasformazioni si riflettono anche sulle comunità di libellule, che sono costituite in gran parte da specie generaliste ad ampia diffusione: Coenagrion puella, Anax imperator, Sympetrum sanguineum, Pyrrhosoma nymphula.

Lo sfalcio estensivo delle torbiere basse permette il contenimento della canna di palude. In questa immagine, che raffigura lo stesso sito in Val di Cembra a fine estate e nella primavera successiva, si vede chiaramente che il limite dove il canneto ha invaso la torbiera, coincide con quello dell'area sfalciata.


Un’altra attività umana che ha impattato notevolmente le torbiere del Trentino, così come molte altre nel resto del mondo, è stata l’escavazione della torba, che ha interessato l’area di studio in alcuni siti fino agli anni ’80 del secolo scorso. Al cessare di tale pratiche, le buche di escavazione possono rinaturalizzarsi, costituendo un habitat idoneo alla presenza delle libellule, che contribuisce a “ringiovanire” la torbiera. Ciò spiega il perché tali ambienti siano più ricchi di specie se comparati a torbiere in uno stadio evolutivo più avanzato, sebbene non ospitino un numero significativamente maggiore di specialisti.


Una torbiera alta in alta Val di Non. Sulla destra si apprezza una pozza di escavazione della torba, da tempo abbandonata e ricolonizzata da vegetazione acquatica (Carex rostrata e sfagni), habitat importante per molte specie di libellule.


Se si vorrà garantire la conservazione delle comunità di odonati delle torbiere delle nostre Alpi, al netto dei possibili (e forse inevitabili?) effetti del climate change, sarà fondamentale l’assoluta protezione delle poche torbiere ancora presenti allo stato naturale imperturbato e la valutazione di interventi di ripristino dei biotopi maggiormente impattati dalle attività umane. In questo lavoro si è evidenziato come negli ambienti di torbiera, le libellule, in particolare quelle specialiste, preferiscono un numero elevato di piccoli corpi idrici eterogenei, piuttosto che un unico grande bacino. Ciò deve essere considerato in un'ottica di interventi gestionali volti al ripristino delle torbiere, così come la gestione attiva della canna di palude e di altre specie vegetali invasive nelle torbiere basse.


Somatochlora arctica, una delle specie tirfofile più comuni nelle torbiere del Trentino. Per la riproduzione predilige aree marginali della torbiera con ristagni d'acqua poco profondi.



Natural and anthropogenic determinants of peatland dragonfly assemblages: Implications for management and conservation (article abstract)


Peatlands are unique ecosystems of global importance for biodiversity, though are severely threatened by human activities. Dragonflies are valuable ecological indicators, but comprehensive studies on the species inhabiting peatlands are limited. To fill this knowledge gap, we investigated the determinants of peatland odonate assemblages in the Italian Alps along the bog-poor fen-rich fen series, a vegetation gradient influenced by pH. The ultimate goal was to distil management recommendations to inform peatland dragonfly conservation. Species richness, bog specialist richness, and community composition were assessed at both pristine and human-impacted sites and then related to environmental and antrophogenic drivers. We showed that bog and poor fen assemblages were significantly distinct from those of intermediate and rich fens, which, in turn, displayed the highest species richness, but the lowest number of specialists, whilst being also the most degraded. Excavated sites, compared to non-excavated ones, harboured a higher number of species, although this effect was not significant for bog specialists. Drainage and abandonment of mowing/grazing practices determined reed and shrub/tree invasion, negatively impacting fen species. Water availability and heterogeneous spatial arrangements of water pools within the peatland positively affected most species, with bog specialists only favoured by the latter.

Peatland dragonfly conservation should primarily rely on the preservation of pristine sites, as they harbour unique dragonfly assemblages. Impacted sites could benefit from restoration actions; specifically, reed control, and the creation of pools of different sizes and depths within the more terrestrified peatlands are likely the most effective measures to support peatland Odonata communities.


Riferimenti dell’articolo:

Assandri, G., & Bazzi, G. (2022). Natural and anthropogenic determinants of peatland dragonfly assemblages: Implications for management and conservation. Biodiversity and Conservation, in press. doi: 10.1007/s10531-022-02358-0

Free article access: https://rdcu.be/cEBdl


Foto di copertina: Aeshna subarctica (Foto G. Bazzi).


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